Memoria liturgica del Beato Toniolo

Anche quest’anno vogliamo celebrare insieme la memoria liturgica del Beato Toniolo: un’occasione di incontro e riflessione con gli amici e le amiche, le associazioni e gli enti che in questi anni hanno condiviso il cammino della Fondazione.

L’appuntamento è quindi per venerdì, 4 settembre alle ore 18 nel giardino della Fondazione in piazza Toniolo 4 a Pisa dove seguirà anche un momento conviviale.

Interverranno l’arcivescovo di Pisa, p. Saverio Cannistrà, e i sacerdoti Enrico Giovacchini e Lorenzo Correnti.

A conclusione del pomeriggio sarà inoltre possibile partecipare a visite guidate gratuite alla Casa Museo del Beato Giuseppe Toniolo, per conoscere più da vicino i luoghi legati alla sua esperienza umana e intellettuale.

La partecipazione è aperta a tutti e tutte, ma per motivi organizzativi è richiesta la registrazione, entro mercoledì 2 settembre 2026, inviando una mail a segreteria@fondazioneoperatoniolo.it.

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Approfondimenti dopo l’incontro del 4 settembre 2025

Si è svolto venerdì 4 settembre 2026, alle ore 18 a Pisa, un appuntamento aperto alla città con l’Arcivescovo p. Saverio Cannistrà. Al termine, apertura della Casa Museo con visita guidata gratuita. ricca di momenti emozionanti.

L’incontro, svoltosi nel giorno in cui la Chiesa celebra il Beato Toniolo, è stato dedicato alla figura e all’eredità di uno dei protagonisti più significativi del pensiero sociale cattolico italiano: economista e sociologo, docente all’Università di Pisa, Toniolo ha lasciato una riflessione originale sui rapporti tra economia, società, lavoro e dignità della persona, che continua a offrire spunti di grande attualità per leggere le trasformazioni della società contemporanea. La partecipazione è stata ampia e condivisa.

Presenti l’Arcivescovo di Pisa, p. Saverio Cannistrà, insieme al presidente della Fondazione Andrea Maestrelli e ai sacerdoti Enrico Giovacchini e Lorenzo Correnti, con testimonianze e interventi sul significato che quel pensiero può avere ancora oggi.

Di seguito l’intervento di p. Saverio Cannistrà.

«Non sono un esperto del beato Giuseppe Toniolo. Ho appena cominciato a fare la sua conoscenza e devo ammettere di essere rimasto profondamente colpito da quest’uomo, dalla sua fede, dalla sua forza d’animo e dalla lucidità della sua visione e missione. Uomini e donne così non sorgono a caso: sono suscitati dallo Spirito di Dio che guida la Chiesa e il mondo. Per cogliere l’importanza del pensiero e dell’azione di Toniolo è fondamentale collocarlo nel periodo storico-culturale in cui egli visse, un periodo estremamente vivace, di grandi innovazioni e cambiamenti, ma anche un periodo inquieto, travagliato, in modo particolare per la Chiesa cattolica. Da un lato la cultura laica sviluppa una visione onnicomprensiva del mondo che esclude la fede. Gli anni della vita di Toniolo sono quelli della pubblicazione dell’Origine della specie di Darwin (1859), del Capitale di Marx (1867), dell’Interpretazione dei sogni di Freud (1899), delle opere filosofiche di Nietzsche. Insieme a questa rivoluzione culturale, si realizza una profonda trasformazione dell’economia (la seconda rivoluzione industriale), con le sue decisive conseguenze sulla società europea. E infine è l’epoca di grandi cambiamenti geopolitici, che coinvolgono direttamente anche l’Italia, in particolare con la questione romana. Di fronte a questo vero e proprio “cambiamento d’epoca” la Chiesa è tormentata e lacerata tra chi sostiene posizioni intransigenti, di rifiuto della modernità e arroccamento della Chiesa nel suo passato e chi rincorre le tendenze moderne, a volte in modo acritico, gettando con l’acqua sporca anche il bambino (è il caso del cosiddetto modernismo). Così, il nostro Toniolo, a cui il nome di Giuseppe sta benissimo, è costretto a navigare, da credente fervoroso e laico impegnato nel mondo, in acque tempestose. È proprio in questo atteggiamento di assunzione di responsabilità come laico cristiano in un momento storico di grave crisi che, a mio parere, si può cogliere la grandezza e la santità di Toniolo. La produzione scientifica, accademica, pur importante, è inevitabilmente soggetta all’evoluzione della ricerca, tanto più in settori come quelli da lui studiati, come le scienze economiche e sociali. Ciò che invece rimane come modello esemplare è il suo modo di vivere la fede in assoluta obbedienza alla Chiesa, ma insieme con la incrollabile convinzione che la Chiesa non può assentarsi dal dibattito scientifico, non può disertare la scena politica, non può disinteressarsi delle questioni sociali del suo tempo. Vivere nella Chiesa con queste convinzioni però significa impegnarsi per aprire una strada nuova nel mondo ecclesiale, tracciare un cammino che non c’è ancora sulle mappe, con tutte le difficoltà e i rischi che questo comporta. E come capita quando si deve costruire una strada in zone impervie, bisogna gettare ponti e scavare gallerie. È ciò che Toniolo ha fatto gettando ponti tra la Chiesa (in particolare la gerarchia, ai massimi livelli) e il mondo universitario, realtà che in quel periodo storico non erano solo distanti ma ostili. Analogamente, scavando in profondità, Toniolo ha fatto dialogare la teologia e la morale cristiana con l’economia e la sociologia, aprendo anche in questo cammino vie nuove che avrebbero dato risultati di fondamentale importanza fino ad oggi, fino all’ultima enciclica di papa Leone. Toniolo ha lavorato per creare uno spazio dove il laicato cattolico potesse esprimere la sua vocazione di impegno nel mondo, in particolare nella politica. Com’è ben noto, la sua definizione di “democrazia cristiana” ha fatto scuola, almeno a livello delle intenzioni e delle dichiarazioni di principio. In breve si può dire che non c’è aspetto o ambito del movimento cattolico novecentesco in Italia che non si ricolleghi in modo più o meno diretto a Giuseppe Toniolo. Per circa quarant’anni teatro della sua attività è stata la città di Pisa. È evidente che una personalità come la sua manteneva rapporti con figure del cattolicesimo e del mondo accademico di tutta Italia e non solo. Anche per quanto riguarda il suo impegno ecclesiale spesso Toniolo rispondeva direttamente al Segretario di Stato o addirittura allo stesso Papa. Ciononostante il rapporto con la città e la Chiesa di Pisa è un aspetto che, dal mio punto di vista, merita uno studio approfondito. In particolare, nel periodo tra il 1903 e il 1918, sulla cattedra pisana siede il cardinale Pietro Maffi, figura certamente non comune nell’episcopato cattolico, scienziato, esperto di astronomia e meteorologia, pastore intraprendente nel trasformare immobili di proprietà della Chiesa in scuole e centri pastorali, mediatore tra la Chiesa e la monarchia grazie al buon rapporto con la casa reale. Insomma, non proprio un vescovo chiuso tra ufficio e sacrestia, e pertanto un interlocutore all’altezza del professor Toniolo. Grazie alla collaborazione tra Toniolo e Maffi Pisa divenne un autentico laboratorio di esperienze innovative, che promossero l’impegno dei laici, la diffusione della dottrina sociale cattolica anche grazie all’uso della stampa, la realizzazione di opere assistenziali concrete. Questo “laboratorio di modernità” realizzato nei primi decenni del XX secolo rimane un vertice insuperato nella storia recente della diocesi di Pisa. Certamente, fu un momento di grazia dovuto alle eccezionali personalità dell’arcivescovo e dell’intellettuale laico. La fede si sposò felicemente con il pensiero e si sintonizzò con il clima culturale e spirituale del tempo. Da questa intesa nacquero idee ed opere nuove, che rappresentarono un autentico progresso per la Chiesa italiana e universale».

Di seguito l’intervento di Don Lorenzo Correnti.

«Il periodo pisano di Toniolo è stato sicuramente quello della sua raggiunta maturità umana, intellettuale e professionale. Sono quindi tanti i documenti disponibili che permettono riflessioni storiche su vari aspetti legati alla sua vita, alla storia sociale e religiosa in cui lui ha vissuto e a molti altri aspetti di grande interesse. Da storico della letteratura e da medievista devo ammettere che la preparazione di questo intervento è servita soprattutto a ravvivare la sana invidia che mi provoca l’affacciarmi su periodi storici e figure, come quella di Toniolo, che ci hanno lasciato a disposizione così tanti strumenti per uno studio approfondito che invece mancano per altre epoche. Il cattolicesimo tra otto e novecento – quindi quello in cui Toniolo è stato educato, in cui ha vissuto e di cui si è nutrito – non è stato un cattolicesimo tradizionalista, soprattutto non lo è stato nel senso paralizzante e banalizzante che negli ultimi decenni ci siamo abituati ad affibbiare a tale aggettivo. Allo stesso modo, per chi lo conosce, è chiaro che Giuseppe Toniolo non sia stato un grande studioso cattolico, purtroppo invischiato nelle formalità del suo tempo fatte di romanticismi spirituali, devozioni distraenti e magari inquietanti, che egli ha sicuramente più sopportato che condiviso. Niente di più sbagliato: basta leggere poche righe dei suoi scritti spirituali, familiari ma anche intellettuali per rendersi conto che quel tipo di religiosità era proprio la colonna vertebrale del suo impegno nel mondo da cattolico, del suo percorso accademico e ovviamente del suo cammino di santità. In un tempo oltretutto, quello dell’Italia postunitaria, in cui essere cattolici ed esserne convinti metteva a serio repentaglio la propria affermazione sociale e professionale. Un tempo quindi che tra tensioni delicatissime e scontri aperti è stato anche tra i più fecondi per il cattolicesimo italiano che ha conosciuto in quegli anni tanto la fine del potere temporale del papa, quanto la crisi della società liberale, ha visto sorgere la questione sociale e il movimento cattolico organizzato, fino alla nuova sintesi proposta da Leone XIII e alla Rerum Novarum, in cui il Toniolo avrebbe avuto un ruolo tanto silente quanto determinante. Le forme tradizionali della religiosità cattolica che in quel periodo, non solo erano state rispettosamente conservate, ma furono in alcuni casi addirittura ravvivate e riscoperte, non hanno messo un freno alla reazione della Chiesa Cattolica ai segni dei tempi, ma evidentemente sostenuta nel fornire una risposta ai bisogni di una società immersa in un radicale cambiamento, senza perdere il proprium della sua identità. E dei frutti di quel cammino, di cui Toniolo è stato indubbiamente uno dei promotori più meritevoli, noi godiamo ancora oggi, mentre fatichiamo affannosamente – per quanto sollevati dal peso di tante inutili formalità e devozioni e carichi solo del leggero peso dell’essenziale – a stare al passo con un mondo ormai liquidamente inarrestabile nei suoi moti di cambiamento. Quando nel 1879 arriva a Pisa, Giuseppe Toniolo ha trentaquattro anni. Ha già alle spalle la formazione giuridica a Padova, l’esperienza dell’insegnamento e, soprattutto, una visione del mondo nella quale scienza, morale e fede non costituiscono tre realtà separate. A Pisa rimarrà per quasi quarant’anni, insegnando economia politica e statistica, dapprima come professore straordinario e dal 1882 come ordinario, fino al 1917. Morirà nella stessa città il 7 ottobre 1918. Ma che cosa significa, per un cattolico, vivere a Pisa negli anni di Toniolo? Una Chiesa uscita dalla società dell’Ancien Régime. Dopo il 1870 infatti, la questione romana aveva creato una frattura profonda nella coscienza cattolica italiana. Il cattolico si trova contemporaneamente ad essere membro della Chiesa universale e cittadino di uno Stato che la Santa Sede percepisce ancora come illegittimo per il modo nel quale ha sottratto al papa il suo potere temporale. Nel 1874 era stato formulato il celebre non expedit, che limita fortemente la partecipazione politica dei cattolici alla vita del nuovo Regno. Ne deriva una situazione paradossale: i cattolici sono numericamente la grande maggioranza della popolazione, ma politicamente risultano largamente estranei al nuovo Stato nazionale. Eppure questo non provoca immobilità, ma nasce il cosiddetto movimento cattolico: una rete di associazioni, circoli, giornali, opere educative, società di mutuo soccorso, iniziative caritative e, progressivamente, organizzazioni impegnate nella questione sociale. Pisa ci offre un punto di osservazione interessante per cogliere gli sforzi del cattolicesimo italiano nel non limitarsi a difendere le proprie prerogative, ma anzi a non smettere di abitare la storia e la società. Quando Toniolo arriva a Pisa l’arcivescovo è l’agostiniano Paolo Micallef (1871-1883). È una figura che incarna bene la condizione della Chiesa italiana immediatamente dopo l’Unità. E che ci ricorda come anche in un regime di cristianità la vita sociale della Chiesa era spesso colma di difficoltà di cui oggi nemmeno possiamo immaginare il peso: Micallef già dopo l’elezione a vescovo di Città di Castello aveva dovuto ritardare il suo ingresso per l’opposizione delle autorità civili. A Pisa – alla cui sede era stato promosso nel 1871 – ottenne il regio exequatur soltanto nel 1877 e, fino ad allora, non poté prendere possesso del palazzo arcivescovile, restando a vivere in Seminario. La Chiesa pisana vive concretamente sulla propria pelle il conflitto con lo Stato nazionale. Eppure, è proprio durante l’episcopato di Micallef che nascono forme organizzate di attività laicale, [come il settimanale diocesano La Torre di Pisa (1873), e La Croce Pisana (1874): sono strumenti nuovi per una Chiesa che colma e fiera delle proprie forme tradizionali e che è ben lontana da qualsiasi accusa di immobilismo]. È anche vero che proprio nel 1874, per le macchinazioni e lo zelo del ministro Cesare Correnti (poi la legge firmata da Scialoja, dopo le sue dimissioni), viene soppressa la Facoltà di Teologia dell’Università di Pisa. Non è un fatto marginale. La questione della presenza cattolica nell’Università diventerà infatti uno dei grandi temi della vita di Toniolo: come può un credente partecipare pienamente alla cultura moderna senza rinunciare alla propria fede? E come può la fede evitare di diventare estranea alla scienza? La risposta di Toniolo sarà una delle intuizioni più forti della sua vita. Nel 1883 Micallef muore e gli succede Ferdinando Capponi, che resterà arcivescovo di Pisa fino al 1903. Il suo episcopato, particolarmente dedito alle opere di carità alla dimensione sociale, attraverso anche l’inserimento in diocesi di istituti religiosi con tale carisma (Salesiani, Vincenziane, Giuseppine, ecc.) costituisce un passaggio importante nella storia del cattolicesimo pisano. Ma soprattutto istituisce il Circolo Universitario Cattolico, in cui anche Toniolo avrà progressivamente un ruolo di spessore, sebbene i rapporti con Capponi non fossero di immediata sintonia. Questo dato è prezioso per leggere Toniolo: la questione cattolica non è più confinata esclusivamente nelle parrocchie e nelle confraternite. Entra nell’ambiente universitario, negli spazi della cultura, fra studenti e professionisti. È precisamente il terreno nel quale un laico come Toniolo può esercitare la propria vocazione. Alla fine dell’Ottocento il movimento cattolico pisano conosce una fase di crescita significativa. Uno studio sull’associazionismo cattolico mostra che nell’arcidiocesi i comitati parrocchiali dell’Opera dei Congressi, appena quattro alla fine del 1895, erano diventati ventidue nel gennaio 1898. Si realizza l’aspirazione del pensiero storicosociale di Toniolo, poi consacrato dal magistero di Leone XIII: la Chiesa non è solo una forma della società, ma un contesto della civiltà. E questa crescita avviene in un ambiente tutt’altro che pacificato (basti pensare ai tumulti e alle manifestazioni anticlericali avvenuti intorno alle celebrazioni per la Madonna di Sotto gli Organi del 1897). La società non è omogeneamente cristiana, ma anche la fede dei Pisani convive con l’anticlericalismo, il liberalismo, il positivismo e le nuove ideologie socialiste. È proprio questa tensione a rendere necessaria una nuova presenza cattolica. Toniolo reagisce a questa situazione in modo originale: il suo obbiettivo è la dimostrazione di un cristianesimo capace di interpretare e trasformare la società moderna. In occasione dell’apertura della Società Cattolica Italiana per gli Studi Scientifici, nel 1899, afferma: «L’idea suprema […] è quella del naturale e necessario congiungimento della scienza alla fede». Per Toniolo la fede non sostituisce la scienza; e la scienza non elimina la fede. Ma l’uomo di fede sa che la ricerca della verità naturale non può essere pensata come estranea alla Verità ultima. Vivendo contemporaneamente nell’aula universitaria, nella Chiesa, nella famiglia e nel movimento cattolico, senza percepirli come mondi separati, Toniolo mette in atto da uomo di fede una delle sue massime più note: «Il conoscere è mezzo all’operare». C’è poi l’industrializzazione, la crescita delle città, la crisi delle campagne e la formazione del proletariato che pongono una domanda nuova al cristianesimo. Non basta più predicare la carità individuale. Occorre interrogarsi sulle strutture economiche e sociali. Toniolo, nel confronto tra gli estremi del liberalismo economico individualista e del socialismo, trova una terza strada: una società fondata sull’idea che l’economia sia subordinata all’etica e che la persona non possa mai essere ridotta a semplice fattore produttivo. Con la sua Storia dell’economia sociale in Toscana nel Medio Evo colloca nel Medioevo il suo laboratorio di studio su forme di cooperazione, associazionismo e corpi intermedi. Nel 1889 fonda l’Unione cattolica per gli studi sociali e nel 1893, insieme a Salvatore Talamo, fonda la Rivista internazionale di scienze sociali e discipline ausiliarie, per l’analisi dei problemi socioeconomici da un punto di vista cattolico. È un passaggio decisivo: il cattolicesimo non vuole più soltanto difendere la fede; vuole produrre cultura sulla società. Il grande momento di sintesi arriva nel 1891 con la Rerum Novarum di Leone XIII. La grande intuizione di Toniolo è quella di comprendere che la questione sociale non può essere affrontata né con la nostalgia del passato né con una semplice condanna del socialismo. Occorre costruire un ordine sociale nuovo, fondato sulla persona, sulla giustizia, sulla solidarietà e sull’autonomia dei corpi intermedi. È qui che Toniolo parla di democrazia cristiana, intendendola come un ordinamento nel quale le forze sociali collaborano “al bene comune” (1897), così si interessa progressivamente alle associazioni operaie, alla piccola proprietà, alla cooperazione, alla partecipazione dei lavoratori agli utili e alla tutela dei lavoratori. Nel 1903 muore Capponi e nel 1904 entra a Pisa il nuovo arcivescovo Pietro Maffi. Con Maffi il rapporto fra Toniolo e la Chiesa pisana acquista una fisionomia più rilassata e proficua. In effetti, Maffi rappresenta un cattolicesimo dinamico, capace di coniugare la fedeltà alla Chiesa con una crescente presenza nella società: nascono nuove opere assistenziali, casse rurali e operaie, associazioni di mutuo soccorso e nuove iniziative educative. Nel 1909 Maffi affida a Toniolo la cattedra di sociologia nella ricostituita facoltà teologica del Seminario, tentando in quell’ambiente pisano non proprio tra i più avanzati d’Italia, un dialogo fra teologia, scienze sociali e modernità. Poi nel 1907, a Pistoia, Toniolo e Maffi partecipano alla nascita delle Settimane Sociali dei cattolici italiani, nelle quali vengono affrontati problemi quali la cooperazione, l’educazione operaia, la scuola e la questione dell’emigrazione. Toniolo tiene una relazione sul contratto di lavoro. La cultura cattolica sta così entrando definitivamente nell’ambito della questione sociale. E tuttavia, a questo punto, si rischierebbe di ridurre Toniolo a un economista o a un organizzatore del movimento cattolico. Ed è precisamente qui che occorre tornare alla sua fede. In uno scritto del 1900 afferma: «Chi definitivamente recherà a salvamento la società presente, non sarà un diplomatico, un dotto, un eroe, bensì un santo, anzi una società di santi». Per Toniolo, la questione sociale non si risolve semplicemente con nuove leggi economiche. Non basta cambiare le istituzioni, se non cambia la qualità morale delle persone e delle relazioni sociali. La vera riforma della società deve quindi partire dalla persona cristiana. Ed è per questo che nella sua vita il termine “santità” non appartiene a una sfera privata, separata dall’attività professionale. Il professore, lo sposo, il padre, lo studioso e l’uomo impegnato nella società sono una sola persona. E per la Chiesa Cattolica meritano una particolare indicazione di esemplarità per l’eroicità delle sue virtù, riconoscendolo quindi Beato. Questo però è solo un abbozzo delle varie dimensioni del pensiero e dell’opera di Toniolo nel contesto storico sociale del suo tempo. E non abbiamo bisogno di trasformarlo artificialmente in un precursore di categorie successive per riconoscere la profondità della sua esperienza. Anzi, rischieremmo così di impoverirla. La forza di Toniolo sta precisamente nel mostrare che la santità cristiana può incarnarsi pienamente dentro una determinata forma storica di Chiesa e di cristianesimo, senza che quella forma debba essere giudicata semplicemente sulla base di categorie maturate in epoche successive. Toniolo non è stato un profeta. L’originalità di Toniolo sta sicuramente nell’aver rifiutato la separazione fra fede e cultura, fra fede e professione, fra spiritualità e responsabilità sociale. Ed è un’originalità – non me ne vogliano i teologi del laicato – non di operazione, ma di contemplazione, di devozione. È la vita spirituale che ha reso Toniolo capace di «documentare la forza vivificatrice della religione cristiana sulla società e sugli individui». Toniolo è, sotto questo profilo, pienamente figlio del cattolicesimo della seconda metà dell’Ottocento. La sua vita spirituale è nutrita dalla frequenza sacramentale, dalla preghiera, dalla devozione eucaristica, dalla pietà mariana, e soprattutto – aspetto per noi così tanto difficoltoso da riconoscere nel suo valore intrinseco – dalla direzione spirituale che egli ha conosciuto soprattutto attraverso lo spirito teresiano del padre Pio Bagnoli OCD, del convento di S. Torpé, in seguito Definitore Generale del suo Ordine e Vescovo dei Marsi, che lo avrebbe guidato fino alla morte. Non troviamo in lui alcuna opposizione fra questa religiosità, che potrebbe oggi apparire ad alcuni fortemente “devozionale”, e il suo impegno nel mondo della cultura, dell’economia e della società. Anzi, è precisamente la sua vita spirituale a rendere esemplare ed eroico il suo impegno nel mondo. Non ci possiamo più accontentare di contrapporre la “vecchia” spiritualità devozionale alla successiva valorizzazione conciliare del laicato e della sua presenza nelle realtà temporali. Come se la devozione, la frequenza ai sacramenti, la pietà mariana o l’ascetismo fossero espressioni di una religiosità ripiegata sull’interiorità e, quasi necessariamente, incapace di generare una presenza cristiana nel mondo. Non ci possiamo più permettere queste banalizzazioni, perché l’evidenza dei fatti, come la vita di Toniolo, ci dimostrano esattamente il contrario. Anzi ci educano: Toniolo non parte dall’idea di dover dimostrare il valore del laico attraverso la sua attività. Parte dalla convinzione che la priorità della vita cristiana è la santità, e che tutto il resto — la professione, la cultura, la partecipazione sociale, l’apostolato — deve ricevere da questa sorgente il proprio orientamento: «Voglio farmi santo», afferma nettamente nei suoi scritti. Si comprende così anche la sua insistenza sui santi come autentici riformatori della società. Quando scrive che a salvare la società non sarà «un diplomatico, un dotto, un eroe, bensì un santo», Toniolo stabilisce per sé, prima che per gli altri, un ordine delle priorità: prima viene la trasformazione del cuore dell’uomo in Cristo; da essa può scaturire una trasformazione autenticamente cristiana della società. Il laico devoto Giuseppe Toniolo è stato un laico profondamente immerso nella storia. La preghiera non gli impedisce di prendere sul serio il mondo: gli impedisce piuttosto di assolutizzarlo. L’impegno sociale non diventa così la sostituzione della fede, ma il frutto di una fede che riconosce in Dio il proprio principio e il proprio fine. Ed è forse questo il punto nel quale la testimonianza di Toniolo mantiene tutta la sua forza: prima di chiedersi che cosa il cristiano debba fare nel mondo, occorre ricordargli per chi egli vive. Il professor Toniolo, il beato Giuseppe, insomma, ci insegna che la santità, non è la sospensione dell’impegno nel mondo; è ciò che impedisce all’impegno nel mondo di diventare un idolo».

Alcune foto della celebrazione del 4 settembre 2026.

L’Arcivescovo di Pisa, p. Saverio Cannistrà

 

Il presidente della Fondazione Toniolo, Andrea Maestrelli

 

Don Enrico Giovacchini

 

Don Lorenzo Correnti