Shahbaz. La voce della giustizia

Nel sesto anniversario della morte di Shahbaz Batti, il ministro pachistano per le Minoranze religiose ucciso il 2 marzo 2011 da un commando di fondamentalisti islamici, che lo hanno “punito” perché cercava di modificare una legge sulla blasfemia la cui applicazione è costata la vita a centinaia di cristiani, vi proponiamo il suo testamento spirituale.

“Il mio nome è Shahbaz Bhatti. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia.

Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio, e nella crocifissione di Gesù. Fu l’amore di Gesù che mi indusse ad offrire i miei servizi alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico.

Mi sono state proposte alte cariche al governo e mi è stato chiesto di abbandonare la mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa: «No, io voglio servire Gesù da uomo comune».

Questa devozione mi rende felice. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora — in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan — Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita.

Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese. Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi, imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri.

Credo che i cristiani del mondo che hanno teso la mano ai musulmani colpiti dalla tragedia del terremoto del 2005 abbiano costruito dei ponti di solidarietà, d’amore, di comprensione, di cooperazione e di tolleranza tra le due religioni. Se tali sforzi continueranno sono convinto che riusciremo a vincere i cuori e le menti degli estremisti. Ciò produrrà un cambiamento in positivo: le genti non si odieranno, non uccideranno nel nome della religione, ma si ameranno le une le altre, porteranno armonia, coltiveranno la pace e la comprensione in questa regione.

Voglio dirvi che trovo molta ispirazione nella Sacra Bibbia e nella vita di Gesù Cristo. Più leggo il Nuovo e il Vecchio Testamento, i versetti della Bibbia e la parola del Signore e più si rinsaldano la mia forza e la mia determinazione. Quando rifletto sul fatto che Gesù Cristo ha sacrificato tutto, che Dio ha mandato il Suo stesso Figlio per la nostra redenzione e la nostra salvezza, mi chiedo come possa io seguire il cammino del Calvario. Nostro Signore ha detto: «Vieni con me, prendi la tua croce e seguimi».

I passi che più amo della Bibbia recitano: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi». Così, quando vedo gente povera e bisognosa, penso che sotto le loro sembianze sia Gesù a venirmi incontro.

Per cui cerco sempre d’essere d’aiuto, insieme ai miei colleghi, di portare assistenza ai bisognosi, agli affamati, agli assetati.
Credo che i bisognosi, i poveri, gli orfani qualunque sia la loro religione vadano considerati innanzitutto come esseri umani. Penso che quelle persone siano parte del mio corpo in Cristo, che siano la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo. Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù ed io potrò guardarLo senza provare vergogna”.

(tratto da “Cristiani in Pakistan. Nelle prove la speranza”, Marcianum Press)

 

E’ di questi giorni la pubblicazione del libro “Shahbaz. La voce della giustizia” (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo), nel quale Paul Bhatti ripercorre da un punto di vista privato la vita del fratello, e il suo impegno per il dialogo e la giustizia.
Paul, che da anni aveva abbandonato il Pakistan e aveva tentato – senza successo – di convincere Shahbaz a cercare altrove una vita più tranquilla e senza pericoli, ha deciso di proseguirne la missione ritornando in patria.
Prendendo il posto di Shahbaz, Paul si è ritrovato a conoscere aspetti della vita del fratello che prima ignorava: è entrato emotivamente in quella missione che, precedentemente, non aveva capito fino in fondo e che è diventata anche la sua missione.
Pubblichiamo di seguito la prefazione al libro in questione, scritta dal cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, anticipata dall’Osservatore Romano.

Ci sono persone che sono disposte a morire per l’ideale in cui credono. Tra queste c’è Shahbaz Bhatti, ministro federale delle Minoranze del Pakistan, ucciso il 2 marzo 2011 a Islamabad da uomini armati. L’ideale di Shahbaz Bhatti non era però una semplice idea, non un mero valore, seppure nobile ed elevato. Era ciò che i cristiani hanno di più caro, ovvero Cristo stesso (cfr. V. Soloviev, Il racconto dell’anticristo). «Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire», scriveva nel suo testamento spirituale.

Di Shahbaz conoscevamo alcuni dettagli della vita pubblica, ma non sapevamo del suo universo interiore. Con questa pubblicazione, suo fratello Paul ce lo rende familiare, descrivendolo nella sua intimità, nella sua esistenza quotidiana, mostrandone i progressi umani e spirituali.

Pagine scritte con le lacrime agli occhi e con un velo di amarezza, mitigate però dalla certezza che la fede di Shahbaz non è venuta mai meno. Perfino nei momenti più bui, quando le minacce e l’odio cercavano di porre fine alla sua missione di cristiano e di politico.

Un politico nel vero senso del termine, che aveva scelto il Vangelo come stile di vita e ad esso improntava il suo operare. Nel suo testamento, in parte consegnatoci in questa biografia, ha lasciato frasi indimenticabili, che esprimono la profondità della sua intima relazione con Cristo. Fin dall’infanzia Shahbaz, secondo il racconto di Paul, ha cercato ciò che unisce e non ciò che divide. Ha sempre avuto a cuore la sorte dei più poveri, dei più deboli, degli ultimi. Tra questi, un posto particolare lo riservava alla minoranza cristiana del Pakistan.

Nell’adempiere la sua missione, è stato un promotore sincero del dialogo interreligioso, dell’ecumenismo e della pace tra i popoli, mostrando che solo il confronto aperto può educare le nuove generazioni all’ascolto, alla tolleranza e alla pacifica convivenza.

Una certezza che trova conferma nelle parole del testamento di Shahbaz, che risuonano come un programma di vita: «Mi sono state proposte alte cariche al governo e mi è stato chiesto di abbandonare la mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa: “No, io voglio servire Gesù da uomo comune”».

Servire Cristo in semplicità e umiltà, mettendosi in discussione, senza tirarsi indietro di fronte alle potenze del mondo, consapevole che niente e nessuno avrebbe potuto strapparlo dalla mano del suo Signore. È con questa fede granitica che Shahbaz ha saputo far fronte alla violenza e all’odio.

La lettura di questo volume, che vuole essere anzitutto un contributo alla ricerca della pace e della giustizia, non mancherà di arricchire il lettore. Tramite queste pagine, Shahbaz Bhatti ci aiuta a non dimenticare i cristiani del Pakistan e le loro difficoltà, e continua il suo impegno per la convivenza civile e la mutua comprensione tra le religioni nella sua Patria, che ha sempre amato e servito.

(L’Osservatore Romano, 1-2 marzo 2017)